distanza

Senza titolo, Budapest 2019

Mi sono allontanato un pò in questi giorni dai miei luoghi soliti, e penso che continuerò a farlo un pò più spesso. Da lontano si osserva con minore attaccamento, ma con maggiore lucidità. Ho osservato dei fenomeni, ho capito altre cose. 

In questi giorni di pioggia e freddo, ma anche di energie nuove, ho compreso che pochissime delle persone che ho incontrato finora, nell’ambito lavorativo, hanno spirito di collaborazione, nessuno si apre davvero all’altro, se non per un mero tornaconto. Più di una volta mi sono illuso, sbagliando, di trovare persone che potessero essere sulla mia lunghezza d’onda, che potessero davvero comprendere il senso del mio essere parte di un progetto con loro. Puntualmente mi sono dovuto accorgere che solo io volevo qualcosa che si fondasse sulla continuità e la mancanza di competizione. 

Si finisce con l’immancabile pretesa che tu sia solo utile alla causa di altri. Non si investe in un rapporto di stima, fiducia e non ci si mette mai nei panni dell’altro. Allora mi chiedo: dobbiamo lavorare sempre e solo come singoli? E perché invece mi ritrovo a sentire discorsi di proficua e futura collaborazione che poi alla fine si perdono come parole buttate al vento?

Probabilmente non ci si racconta una triste verità; abbiamo paura di dare, paura di confrontarci davvero e una persona saggia che mi ha conosciuto da poco ma che ha visto come la penso e come vedo la fotografia, mi ha detto una santa cosa: “Qua nessuno ti prende a lavorare con sé, perché non sei una mezza calzetta…e non si sentirebbero tranquilli ad averti intorno.”

Che dire, peccato per chi non vuole aprirsi; non mi resta che andare per la mia strada e continuare comunque a credere in quella fotografia che si praticava una volta, incontrandosi in un luogo comune per confrontarsi con ammirazione e stima. Vocaboli ormai desueti in questi ambiti così provinciali.

limiti

Vedere è un regalo, osservare è una predisposizione, guardare è una virtù. 

Da quando siamo al mondo abbiamo il dono di vedere, alcuni meno fortunati, non lo ricevono, altri lo perdono, altri ancora addirittura ringraziano di non averlo avuto (loro hanno altri occhi per guardare).

Io spero di averlo fino alla fine dei miei giorni. Anche se è lo stato superficiale e di default dal quale partire, vedere quel che abbiamo, quel che ci circonda per me è prezioso quanto la vita. Tant’è che la natura mi ha regalato e allo stesso tempo condizionato a pensare vedendo. La mia memoria fotografica mi aiuta e mi limita, le associazioni di immagini sono la mia salvezza e la mia schiavitù.

Osservare è qualcosa che prediligo, che mi riempie, a volte penso anche di farlo troppo, rischiando di sviluppare una tendenza un pò malata che a volte mi fa dimenticare me. Ma allo stesso tempo è un orgoglio che difendo, capita spesso di non vedermi non aprire bocca durante una discussione, chi mi conosce, sa che sto semplicemente osservando…

Guardare è un piacevole allenamento, un esercizio a volte stancante, altre entusiasmante. Lo facciamo? Siamo davvero presi, attenti a guardare? O finiamo spesso nella trappola del sol vedere? Sarebbe interessante già passare per lo stato osservativo per arrivare poi a guardare; alcuni credono almeno di osservare e poi finiscono per pensare solo a come essere visti. Oggi esser visti è molto più importante, più ambito del guardare. D’altronde chi di noi osserva prima se stesso per comprendere se ci si può permettere di guardare?

E’ un gioco sottile come potete vedere, a volte anche lungo e complicato, ma il nostro tempo è davvero così prezioso da non fermarsi ogni tanto a guardare?

bagagli

Senza titolo, Penang 2016

Di solito pratico questo esercizio; parto da una fotografia che ho scattato per far venir fuori quel che il mio inconscio mi ha mostrato per un microsecondo e poi ha ricacciato di nuovo nel suo bagaglio, così ampio e infinito che spesso non sappiamo neanche di avere. Questa foto mi porta a ricordare un viaggio, uno dei più lontani che ho fatto: Singapore e la Malesia, due luoghi lontani che mi han lasciato tante sensazioni, che mi hanno fatto comprendere alcune scelte. 

L’emozione che resta sempre più forte di quel viaggio è la sensazione di libertà che mi accompagnava mentre ero per strade sconosciute, nuove. Non ho avuto mai paura, non mi sono mai sentito in pericolo in un luogo tanto lontano dal mio vissuto. Non che sia andato in un posto dove ci fossero guerre civili o altro, e probabilmente ho sbagliato a usare la parola paura, la mia però era una percezione di pace interiore, di serenità che non avrei immaginato.

E’ una sensazione che mi accompagna, che mi fa star bene quando torno col cuore in quei luoghi. Le foto aiutano, per fortuna, aprono velocemente scenari che dimenticheresti a lungo andare. La sensazione che spero presto di rivivere con naturalezza è di desiderare poco, di sentirmi semmai pieno, sazio, appagato della scoperta del mondo. Il desiderio che mi fa desiderare di viaggiare ancora è quello di non avere limiti, fisici, mentali e sentirsi tanto piccoli e tanto grandi allo stesso tempo.

Il mondo, quando lo si è un pò compreso e vissuto, è un pò come una persona cara che non vediamo spesso, lontana dagli occhi, sempre presente nel cuore.

incontri

Ilaria, Benevento 2019

Oggi vi racconto come è avvenuto il mio incontro con la fotografia. Qualcuno già lo sa, ma ogni tanto fa bene ricordarlo anche a me, perché perdersi è un attimo. E ti ritrovi a chiederti dove stai andando, avevi preso una strada spinto da tutt’altro e capita di ritrovarti a non sentirti proprio soddisfatto di cosa stai esprimendo. In alcuni periodi degli ultimi anni, confesso di aver pensato di mettere da parte questa mia forte motivazione nei riguardi di un’arte complessa, quando è consapevole e sentita, che è quella della fotografia; per fortuna poi ho ritrovato sempre le mie convinzioni.

Ma stavo parlando di come è iniziata la mia avventura fotografica. Ero sbandato, il mio centro era andato a farsi un giro chissà dove, passavo le giornate, quando riuscivo a esser solo, a vagare senza una meta precisa. Avevo bisogno di silenzio e la mia anima era in balia, senza una direzione che fosse una. Avevo avuto una dura lezione dalla vita, bisognava fare i conti con se stessi, e non c’erano più scuse. Stavo distruggendo tutto, era la mia unica sicurezza, resettare il mio sguardo sul mondo e su tutto. Un giorno vidi le foto di Henri Cartier Bresson, su un giornale. Non sapevo davvero nulla di quest’uomo. E’ scattato qualcosa dentro e ho iniziato a piangere, senza fermarmi. C’era qualcosa che avevo visto dentro di me attraverso una forma d’arte. Un’illuminazione direbbe qualcuno, forse è proprio così. Anche perché fino ad allora i miei occhi avevano visto tante cose con superficialità e si sa, gli occhi sono lo specchio dell’anima. Non volevo più essere spettatore della mia vita, e allora ho aperto gli occhi…

Un pianoforte rotto è un pò come qualcuno che ha perso la propria musica, io non riuscivo a sentirla più, la fotografia mi ha fatto capire anche era ancora lì, dentro di me.

Grazie a Ilaria che ha ascoltato il mio cuore mentre la ritraevo.