amare

Senza titolo, Terrenganu | Malesia 2016

Anche ieri si è festeggiato, e si è stati insieme, per chi ha potuto, con le proprie mamme. Immancabile, c’è stata la corsa all’esibizione della propria, di mamma, su ogni sorta di social; oramai ogni occasione è buona…

Questa volta, devo essere sincero, non mi ha dato gran fastidio, perché mi rendo sempre più conto di quanto siano preziose le proprie madri, e probabilmente, per qualcuno, anche un trofeo, se così si può dire, da mostrare con orgoglio. 

Dal canto mio, d’altronde, è un pò di tempo che non mi vien più voglia di pensarci troppo a questa festa. Sarà perché ne ho viste andar via troppe e in maniera repentina di mamme, nei miei ultimi anni. Tutte importanti per me, e che ricordo sempre, e se non me ne ricordo io, come oggi, vengono loro all’improvviso a farsi ricordare.

Mi accade però che il rifiuto per le ricorrenze o le riunioni di famiglia mi porti, in maniera inconscia, ad avere la tendenza al distacco dagli altri che restano, per non rischiare di soffrire ancora tanto. In realtà credo sia abbastanza normale, anche se poco sano.

Poi, quando meno te lo aspetti, arriva un messaggio da chi ancora ti vuole tanto bene, nonostante tu ti sia allontanato, facendo in modo da essere sempre più rara una tua apparizione. Comprendi dunque che hai molto da imparare ancora, che c’è sempre qualcosa da coltivare, come il giardino che hai imparato ad osservare e che vuoi sempre verde.

L’amore per gli altri, anche se a volte lo dimentichiamo facilmente, resta l’unica, irripetibile scelta possibile da esplorare, nel modo migliore che si può.

distanza

Senza titolo, Budapest 2019

Mi sono allontanato un pò in questi giorni dai miei luoghi soliti, e penso che continuerò a farlo un pò più spesso. Da lontano si osserva con minore attaccamento, ma con maggiore lucidità. Ho osservato dei fenomeni, ho capito altre cose. 

In questi giorni di pioggia e freddo, ma anche di energie nuove, ho compreso che pochissime delle persone che ho incontrato finora, nell’ambito lavorativo, hanno spirito di collaborazione, nessuno si apre davvero all’altro, se non per un mero tornaconto. Più di una volta mi sono illuso, sbagliando, di trovare persone che potessero essere sulla mia lunghezza d’onda, che potessero davvero comprendere il senso del mio essere parte di un progetto con loro. Puntualmente mi sono dovuto accorgere che solo io volevo qualcosa che si fondasse sulla continuità e la mancanza di competizione. 

Si finisce con l’immancabile pretesa che tu sia solo utile alla causa di altri. Non si investe in un rapporto di stima, fiducia e non ci si mette mai nei panni dell’altro. Allora mi chiedo: dobbiamo lavorare sempre e solo come singoli? E perché invece mi ritrovo a sentire discorsi di proficua e futura collaborazione che poi alla fine si perdono come parole buttate al vento?

Probabilmente non ci si racconta una triste verità; abbiamo paura di dare, paura di confrontarci davvero e una persona saggia che mi ha conosciuto da poco ma che ha visto come la penso e come vedo la fotografia, mi ha detto una santa cosa: “Qua nessuno ti prende a lavorare con sé, perché non sei una mezza calzetta…e non si sentirebbero tranquilli ad averti intorno.”

Che dire, peccato per chi non vuole aprirsi; non mi resta che andare per la mia strada e continuare comunque a credere in quella fotografia che si praticava una volta, incontrandosi in un luogo comune per confrontarsi con ammirazione e stima. Vocaboli ormai desueti in questi ambiti così provinciali.

respiro

Senza titolo, Benevento 2019

La delicatezza è una forma di rispetto che si ha nei confronti di ciò che ci circonda che mi ha sempre affascinato. E in queste mani vedo una grazia e una cura che mi rapiscono, un gesto semplice eppur così morbido, così etereo da non sembrar terreno.

Quando mi capita di cogliere attimi come questi, sento una strana magia che mi fa credere di essermi avvicinato un pò a qualcosa di superiore che si palesa in rari momenti di pura bellezza. La fotografia, e non solo la mia ovviamente, l’arte in genere, può regalarci sensazioni davvero uniche, può elevarci e farci sentire migliori. Ecco perché mi chiedo a volte cosa stia accadendo al giorno d’oggi, dove ciò che non ha un’anima, un senso o una forma estetica, viene riconosciuto come bello. 

Sarà questa smania di mettere like ovunque, a volte probabilmente in maniera compulsiva da non accorgersi nemmeno cosa si stia apprezzando. In realtà, se ci penso, fino a qui posso anche capire; sono gesti automatici senza pensiero che si susseguono come riflessi incondizionati. 

Quel che mi preoccupa maggiormente è quando si articola anche un pensiero oltre al like; allora davvero mi rendo conto che non c’è più limite alla bruttura e al pudore. Probabilmente è questa mania di protagonismo, la voglia di dover per forza dire qualcosa, che il più delle volte finisce con un banale “bellissimo”, “meraviglioso”, “stupendo”…

Fermiamoci. Contiamo fino a 3 almeno, qualcuno può arrivare anche a 5, se proprio se la sente, e poi dopo aver respirato a lungo, decidiamo se vogliamo esprimerci. Il più delle volte ci accorgeremo che non c’è alcun bisogno di dire o fare qualcosa, e forse torneremo a scegliere con più consapevolezza. Questo è il bello da riscoprire…accorgersi di non essere indispensabili agli altri, e tornare a concentrasi di più su se stessi come persone e non come follower che si fanno i fatti altrui.

Avremo guadagnato ogni volta 5 secondi della nostra vita e un pò di noi. Provateci.

limiti

Vedere è un regalo, osservare è una predisposizione, guardare è una virtù. 

Da quando siamo al mondo abbiamo il dono di vedere, alcuni meno fortunati, non lo ricevono, altri lo perdono, altri ancora addirittura ringraziano di non averlo avuto (loro hanno altri occhi per guardare).

Io spero di averlo fino alla fine dei miei giorni. Anche se è lo stato superficiale e di default dal quale partire, vedere quel che abbiamo, quel che ci circonda per me è prezioso quanto la vita. Tant’è che la natura mi ha regalato e allo stesso tempo condizionato a pensare vedendo. La mia memoria fotografica mi aiuta e mi limita, le associazioni di immagini sono la mia salvezza e la mia schiavitù.

Osservare è qualcosa che prediligo, che mi riempie, a volte penso anche di farlo troppo, rischiando di sviluppare una tendenza un pò malata che a volte mi fa dimenticare me. Ma allo stesso tempo è un orgoglio che difendo, capita spesso di non vedermi non aprire bocca durante una discussione, chi mi conosce, sa che sto semplicemente osservando…

Guardare è un piacevole allenamento, un esercizio a volte stancante, altre entusiasmante. Lo facciamo? Siamo davvero presi, attenti a guardare? O finiamo spesso nella trappola del sol vedere? Sarebbe interessante già passare per lo stato osservativo per arrivare poi a guardare; alcuni credono almeno di osservare e poi finiscono per pensare solo a come essere visti. Oggi esser visti è molto più importante, più ambito del guardare. D’altronde chi di noi osserva prima se stesso per comprendere se ci si può permettere di guardare?

E’ un gioco sottile come potete vedere, a volte anche lungo e complicato, ma il nostro tempo è davvero così prezioso da non fermarsi ogni tanto a guardare?